domenica 6 novembre 2011

QUADRO NAZIONALE

Non mi occupo quasi mai nel quadro nazionale in quanto preferisco occuparmi di argomenti e situazioni che coinvolgono in maniera diretta la nostra piccola comunità, ma ultimamente non riesco a capire la logica di alcuni interventi del governo, in materia di assetto finanziario, liberalizzazione del mercato e pressione fiscale.
Mi aspettavo certamente in questi giorni un decreto-legge che lavorasse in maniera diretta e sistematica sul mercato del lavoro, sulle riforme della burocrazia di questo paese (ormai al delirio oltre ogni limite, che ha superato anche la burocrazia della Russia stalinista), sulle banche (causa principale della crisi finanziaria italiana, che strangola le piccole imprese su scoperto e sul credito quando ha la più bassa incidenza mondiale dei titoli cosiddetti tossici o copertura rischiosa, meno del 4% complessivo...) e soprattutto sulla liberalizzazione delle attività delle cosiddette corporazioni (notai, avvocati commercialisti, geometri, ingegneri, ecc. ecc.) che porterebbe sui mercati i più meritevoli e non i più “raccomandati”.
Nulla di tutto questo è stato fatto.
In una situazione come quella attuale non trovo scandaloso mettere una patrimoniale di € 5000 a chi ha un reddito imponibile annuo superiore a €.100.000 (che potrebbero diventare 6000 se si tratta di reddito proveniente dall'ente pubblico, in quanto questo mercato del lavoro è decisamente più protetto in uscita di quello del privato..), come trovo un assurdo totale aumentare l'aliquota Iva del 5% come è stato fatto (1% su 20% è pari al 5% dell'aliquota..) che ha determinato a cascata aumenti sul trasporto, su materia prima, sui costi fissi di distribuzione che hanno inciso dal 12,50% al 20% sul prezzo per l'utente finale, mentre la richiesta che è stata sostenuta da Confindustria risulta un'operazione sostanzialmente sterile per i soggetti IVA, mentre per i soggetti esenti, come ad esempio le aziende pubbliche della sanità e tutti i cittadini che non possono recuperarla, questa è un'operazione che rimbalza nelle tasche e si concretizza con un prelievo effettivo.
Allo stesso modo non comprendo la mancata estensione della cosiddetta "Robin TAX" alle banche, che sono le uniche aziende che, nonostante la crisi terribile, comunque continuano a distribuire utili ai propri soci e che possono sopportare un prelievo fiscale "una tantum" senza stracciarsi le vesti. Per il momento non toccherei le rendite finanziarie, ma certamente vi è uno squilibrio notevole fra chi vive di questo tipo di attività e quelli che invece vivono e producono reddito sotto forma di economia reale, i quali non hanno peraltro costi di produzione del reddito elevatissimo rispetto a rendite finanziarie stesse. Non condivido  i ragionamenti di chi sostiene che questo tipo di attività è altamente rischioso e che pertanto ha " diritto " ad un prelievo inferiore proprio in ragione di questo rischio, perché oggi ogni attività lavorativa, libero professionale, dipendente, da imprese ecc. ha una componente di rischio sicuramente comparabile.
Sul mercato del lavoro chi (sia da una parte che dall'altra) vuole agire sulla flessibilità del rapporto va ad incidere sulla capacità del datore di lavoro di risolvere il contratto, motivando tale risoluzione nel modo più sintetico possibile, altera un delicato equilibrio. Io credo che la flessibilità del rapporto di lavoro, così come inteso tra precariato false partite Iva e collaborazioni coordinate e continuative, sia un gravissimo errore, non solo per la stabilità del rapporto che non consente alle persone in questa situazione di ipotizzare e costruire un futuro (come accedere ad un mutuo per comprare una casa ecc. ecc.) ma perché l'altissima rotazione di questo personale determina dei periodi di formazione in ingresso che non vengono mai ristorati per l'impresa che, per non stabilizzare il dipendente, ruota con l'altissima velocità (3-5 persone per anno) su quella posizione lavorativa, non rientrando mai del periodo di formazione e aggiornamento su quella posizione e dovendo tutte le volte ricominciare daccapo. Questo ricominciare determina una prestazione lavorativa di bassissima qualità, che rispetto al costo unitario della posizione lavorativa a titolo indeterminato, determina un alto costo orario rispetto alla qualità effettiva del lavoro eseguito, impoverendo sostanzialmente tutta la qualità della prestazione erogata dall'impresa. Faccio un esempio terra terra: provate a pensare ad un impiegato in un ufficio commerciale con contratto tre mesi + tre mesi che alla vigilia della seconda scadenza non viene rinnovato; egli ha impiegato poco meno di centottanta giorni per imparare un lavoro che in quell’ impresa non farà più e sarà sostituito da uno che dovrà altrettanto imparare. Nel frattempo per l'imprenditore ogni errore (bolla carico scarico fattura ecc.) va comunque rimediato e sono tempi di lavoro che vengono sottratti ad altre attività, quindi costo burocratico amministrativo che è certamente dilatato nella tempistica a parità di prodotto, con una incapacità dell'imprenditore di assolvere amministrativamente il suo compito e quindi ottenere pagamenti nei tempi che si erano prefissati, con un maggior costo produzione/rendimento... si tratta sostanzialmente di un’azione al ribasso sulle persone, sulla loro dignità e sulla qualità del lavoro dell'impresa... quando invece la qualità, in un momento di crisi profonda, è molto spesso il criterio che fa scegliere un partner rispetto ad un altro..

E' stato detto che la "deregulation" del mercato del lavoro produce ricchezza, crescita del PIL, crescita dell'economia perché la fiducia dell’imprenditore sulla flessibilità delle dimensioni occupazionali della sua azienda, in relazione alle fluttuazioni di commesse, permette di investire quella quota di risparmio occupazionale sulla ricerca e sullo sviluppo dell’azienda stessa. Credetemi: checché ne dicano i finanzieri, nessuna equazione può dimostrare che la destinazione delle risorse eccedenti sottratti all’emolumento del personale sia automaticamente direttamente o indirettamente reinvestita nell’impresa. Funzionano meglio, semmai, le leggi che incoraggiano gli investimenti riducendo la tassazione sulle imprese e colpendo l'eccesso di utili non reinvestiti.
Tuttavia, per un attimo, ipotizziamo che sia vero, e che la deregolamentazione della tutela del posto di lavoro giovi al mercato.
A che serve la crescita del PIL e del mercato degli scambi se di ciò trae vantaggio una ristretta classe d'imprenditori (parlare di imprenditori quando si parla di Marchionne, Marcegaglia, Della Valle, Tronchetti, Moratti, Garrone è dura..)? Parliamo invece di crescita dei consumi fatti senza intaccare i risparmi, che mi sembra la vera ricchezza d'un Paese mercantile e manifatturiero, di un'economia di mercato sana (e l’Italia non è tale per via dell’esistenza di lobby dell’energia, della comunicazione, del gas, ecc…). I consumi crescono se la gente spende e la gente spende se ha soldi dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari e certezze da investire sui progetti futuri. Tant'è vero che la crescita dell'economia americana in tempi di "deregulation" ha portato a una diminuzione dei consumi: il che vuol dire, ed è stato dimostrato da studi internazionali, che i soldi si concentrano nelle tasche di pochi, pochissimi. La teoria economica d'un matematico molto noto, John Nash (al cinema nel film "A Beautiful Mind") e non solo lui, sostiene che l'ideale per una società non è la concentrazione ma l'espansione della ricchezza. In sintesi Nash individua il vizio sostanziale delle economie di mercato che non è la presenza di troppi poveri, ma quello che non ci sono abbastanza quantità di ricchi. E che non serve a nessuno che la ricchezza si concentri nelle mani di pochissimi; è meglio che tutti siano mediamente più ricchi, perché così si spende di più e circolano tanti più soldi, più merci, e la qualità dei servizi e dei prodotti cresce assieme alla competizione. Il presupposto d'una civiltà del benessere vera, non posticcia come quella promessa dal neo-liberismo ante terzo millennio e sfruttatore (qui cambiando il sostantivo la sinistra ci va a nozze..) è la libertà, con le valvole di sfogo dello stato che va a riequilibrare le disuguaglianze…e non  a togliere i freni di fondo corsa (modifiche art 18 SdL). Un tentativo goffo, maldestro ed inutile, visto che va concordato a livello aziendale o territoriale con le sigle maggiormente rappresentative (e non con una sigla di appoggio aziendale creata ad hoc..). Qui, potrei dire che l’intelletto di chi ha proposto questa cosa è minore di quello di un gambero. Ha creato tensione inutile, utilità zero ma soprattutto ha diviso i lavoratori (pilone portante del nostro paese) in precari, a tempo determinato, in affitto, intermittenti, ecc contro lavoratori a tempo indeterminato senza tutele dell’art. 18…(ho sentito con queste orecchie…”preferirei essere un lavoratore a tempo indeterminato senza art. 18 che un precario..)…Quando tutti abbiamo peggiorato le nostre condizioni, non vi può essere preferenza…stiamo tutti affondando sulla stessa barca ed io non trovo lecito affogare il tuo vicino per salvarti in questo momento, perché morirai domani…perché a riva qui non ci arriva nessuno…proviamo tutti a buttare fuori l’acqua che imbarchiamo…forse navighiamo fino sottocosta…Ma di patto sociale avrebbe senso parlare se gli interlocutori di una parte o dell’altra non fossero i B., Marcegaglia, Camusso contrapposti al trio delle meraviglie B., Marchionne, Sacconi…B (valori uguali) nelle equazioni si possono elidere…

Ma sul mercato del lavoro ritengo sia inutile operare nella fase finale, quello che era totalmente rivisto è il meccanismo della formazione scolastica, pratica (on stage oggi va di moda..) in ingresso nel mondo del lavoro. Oggi nella nostra regione l'alveo formativo più gettonato è quello dei licei, che non avendo una specializzazione spendibile immediatamente sul mercato del lavoro non sono altro che enormi aree di parcheggio, in attesa dell'ingresso all’ Università, luogo di ulteriore parcheggio per 4-5-6 anni.. Le scuole di meccanica, di elettronica e di elettrotecnica nella nostra regione sono in via di estinzione e ancora non sono riuscito a capire se l'Emilia Romagna è ancora una regione dall'alta specializzazione meccanica (ora totalmente elettronica) in prospettiva o una regione che sta uscendo, attraverso la delocalizzazione, da questo filone, ma non sono nemmeno riuscito ad individuare che cosa proporremo da qui in riconversione dalla meccanica... penso che finirà come per ceramica e per gli allevamenti di suini, così come parallelamente per i bovini da latte... pochi produttori, bassa tecnologia (perché non si investe più per mancanza di redditività...) manodopera totalmente straniera per cercare di contenere i costi, distanza dell'industria dai distributori...
Quello che manca è un progetto regionale di marketing, marketing che deve utilizzare risorse, manodopera, intelletto di questa regione. Credo si guardi molto al mercato globale ed all'internalizzazione (cosa peraltro sacrosanta..) trascurando però in questo caso il mercato interno...sul turismo ad esempio credo si possa fare tantissimo, perché l'Emilia Romagna non è solo riviera... anzi credo che uno dei punti su cui la classe politica di questa regione ha fallito è stata la trascuratezza della montagna (non si è stati capaci in cinquant'anni di costruire una via d'accesso a Porretta Terme e al pistoiese che sia decente, anzi si è affondata la linea ferroviaria..) così come nel comprensorio del Cimone e Abetone non si è fatta una strada decente per consentire a queste località sciistiche di dare il valore che effettivamente meritano...
e ci siamo persino presi il lusso di mettere la parola fine al marchio Malaguti...che dire...

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