Meglio questo gruppo di quello in Consiglio...
domenica 27 novembre 2011
sabato 26 novembre 2011
E ancora...finito l'era B. per noi non cambia nulla...nemmeno la Giustizia
Sulla giustizia invece vorrei approfondire su due cifre sperando di non tediare.
Dall’ultima relazione al Parlamento (Governo B.) le cause pendenti sono 5.425.000 processi civili e 3.262.000 penali. A sua volta il rapporto Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia) mi aiuta a fare qualche paragone. Nel2006 in Italia le cause civili pendenti nelle corti di prima istanza erano 3,68 milioni, molto più di quelle non ancora decise in Francia (1,16 milioni), Germania (544 mila) e Spagna (781 mila) messe assieme. Ancora peggiore la situazione per quanto riguarda le cause penali pendenti nei tribunali di primo grado. In Italia erano più del doppio (1,2 milioni) rispetto al dato complessivo di Germania (287 mila), Spagna (205 mila) e Inghilterra (70 mila). Ma in generale solo la Francia, fra tutti i Paesi presi in considerazione dal Rapporto, supera il milione di cause pendenti (1.165.192).
La durata media dei procedimenti la posso riassumere così: 960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale. Questo significa che per recuperare un credito originato da una disputa commerciale in Italia servono 1210 giorni, contro 331 giorni in Francia,394 in Germania e 515 in Spagna. Significa altresì che un processo per sfratto dura in media 630 giorni (in Canada 43), mentre un contenzioso per incassare assegni a vuoto si conclude dopo 645 giorni (in Olanda dopo 39). Dipende però dal domicilio, dato che ogni processo può durare il triplo per chi risiede nel Mezzogiorno.
Sui costi, secondo il rapporto Cepej, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste cifre, però, vengono anche inclusi i fondi per il patrocinio legale gratuito, dove siamo i più parsimoniosi: appena 86,5 milioni l’anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia circa il quadruplo e la Spagna il doppio. Per non parlare della Gran Bretagna, che destina all’assistenza legale più della metà del proprio budget (3,35 miliardi su 6,07). Tolte le somme per il patrocinio gratuito, soltanto la Germania si rivela quindi più generosa dell’Italia. Quanto alle componenti della spesa, in Italia i salari coprono quasi il 70% dell’intero budget, molto più che in Francia (meno del 50%) e Germania (meno del 60%). C’è poi da aggiungere il costo della «malagiustizia»: in base alla legge Pinto, gli indennizzi pagati dallo Stato per risarcire i cittadini danneggiati dall’eccessiva durata dei processi ammontavano a 1.266.355 euro nel 2002, 10.730.000 nel 2005, 24.999.847 nel 2008 (e la proiezione per il 2009 è di 34 milioni di euro). Fra le dolenti note, anche gli investimenti per l’informatizzazione: secondo la classificazione del Cepej, i tribunali italiani si piazzano ancora a un livello «scarso» di informatizzazione, i francesi bene, mentre quelli tedeschi, britannici e (incredibile!) la Spagna molto bene...
Quindi rispetto a quelli celebrati quanto potrebbe costare un processo?
Secondo l’Osservatorio sulla legalità e sui diritti 670 mila euro . Ma anche il rapporto Doing Business 2009 della Banca mondiale ci piazza in prima fila: in Italia il costo processuale è il più alto d’Europa, ossia il 29,9% del valore della causa (e il 21,8% solo di parcelle agli avvocati), quando in Germania s’attesta al 14,4%, in Austria al 18%, in Francia al 17,4%, in Finlandia al 10,4% appena.
Dall’ultima relazione al Parlamento (Governo B.) le cause pendenti sono 5.425.000 processi civili e 3.262.000 penali. A sua volta il rapporto Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia) mi aiuta a fare qualche paragone. Nel
La durata media dei procedimenti la posso riassumere così: 960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale. Questo significa che per recuperare un credito originato da una disputa commerciale in Italia servono 1210 giorni, contro 331 giorni in Francia,
Sui costi, secondo il rapporto Cepej, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste cifre, però, vengono anche inclusi i fondi per il patrocinio legale gratuito, dove siamo i più parsimoniosi: appena 86,5 milioni l’anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia circa il quadruplo e la Spagna il doppio. Per non parlare della Gran Bretagna, che destina all’assistenza legale più della metà del proprio budget (3,35 miliardi su 6,07). Tolte le somme per il patrocinio gratuito, soltanto la Germania si rivela quindi più generosa dell’Italia. Quanto alle componenti della spesa, in Italia i salari coprono quasi il 70% dell’intero budget, molto più che in Francia (meno del 50%) e Germania (meno del 60%). C’è poi da aggiungere il costo della «malagiustizia»: in base alla legge Pinto, gli indennizzi pagati dallo Stato per risarcire i cittadini danneggiati dall’eccessiva durata dei processi ammontavano a 1.266.355 euro nel 2002, 10.730.000 nel 2005, 24.999.847 nel 2008 (e la proiezione per il 2009 è di 34 milioni di euro). Fra le dolenti note, anche gli investimenti per l’informatizzazione: secondo la classificazione del Cepej, i tribunali italiani si piazzano ancora a un livello «scarso» di informatizzazione, i francesi bene, mentre quelli tedeschi, britannici e (incredibile!) la Spagna molto bene...
Quindi rispetto a quelli celebrati quanto potrebbe costare un processo?
Secondo l’Osservatorio sulla legalità e sui diritti 670 mila euro . Ma anche il rapporto Doing Business 2009 della Banca mondiale ci piazza in prima fila: in Italia il costo processuale è il più alto d’Europa, ossia il 29,9% del valore della causa (e il 21,8% solo di parcelle agli avvocati), quando in Germania s’attesta al 14,4%, in Austria al 18%, in Francia al 17,4%, in Finlandia al 10,4% appena.
Il numero di Magistrati è quindi molto scarso (poco meno di 9000) rispetto alla mole di lavoro ed alla media lavorativa (4 ore secondo Brunetta) che è la metà di quella degli altri paesi…(negli Stati Uniti anche la notte) con 22 mila ore/anno di autorizzazioni del CSM a fare attività extra professionale.
Tagliare sulla giustizia è come tagliarsi una mano per essere più leggeri…un’idiozia…domenica 13 novembre 2011
Fine dell'era B...per noi non cambia nulla...
Ora che non vi è più B., il patto di stabilità non ci sarà più e gli enti locali potranno spendere e spandere, le banche daranno soldi a tutti, ci saranno solo posti a tempo indeterminato e i tagli alla sanità ed ai trasporti cancellati, le tasse caleranno da subito e da domani mattina l'iva sarà al 20%. I problemi sono FINITI!...liberalizzazioni degli ordini, delle lobby dell'energia, dei trasporti e dell'acqua, così tutto costerà meno, gas, acqua e benzina...e col rilancio dell'economia aumenteranno i consiglieri e i consigli di amministrazione nelle società partecipate, che ovviamente saranno cresciuti di numero...se poi riuscissero ad incastrare anche la riforma della giustizia e della scuola tutto sarà migliore, anche il tempo...
domenica 6 novembre 2011
QUADRO NAZIONALE
Non mi occupo quasi mai nel quadro nazionale in quanto preferisco occuparmi di argomenti e situazioni che coinvolgono in maniera diretta la nostra piccola comunità, ma ultimamente non riesco a capire la logica di alcuni interventi del governo, in materia di assetto finanziario, liberalizzazione del mercato e pressione fiscale.
Mi aspettavo certamente in questi giorni un decreto-legge che lavorasse in maniera diretta e sistematica sul mercato del lavoro, sulle riforme della burocrazia di questo paese (ormai al delirio oltre ogni limite, che ha superato anche la burocrazia della Russia stalinista), sulle banche (causa principale della crisi finanziaria italiana, che strangola le piccole imprese su scoperto e sul credito quando ha la più bassa incidenza mondiale dei titoli cosiddetti tossici o copertura rischiosa, meno del 4% complessivo...) e soprattutto sulla liberalizzazione delle attività delle cosiddette corporazioni (notai, avvocati commercialisti, geometri, ingegneri, ecc. ecc.) che porterebbe sui mercati i più meritevoli e non i più “raccomandati”.
Nulla di tutto questo è stato fatto.
In una situazione come quella attuale non trovo scandaloso mettere una patrimoniale di € 5000 a chi ha un reddito imponibile annuo superiore a €.100.000 (che potrebbero diventare 6000 se si tratta di reddito proveniente dall'ente pubblico, in quanto questo mercato del lavoro è decisamente più protetto in uscita di quello del privato..), come trovo un assurdo totale aumentare l'aliquota Iva del 5% come è stato fatto (1% su 20% è pari al 5% dell'aliquota..) che ha determinato a cascata aumenti sul trasporto, su materia prima, sui costi fissi di distribuzione che hanno inciso dal 12,50% al 20% sul prezzo per l'utente finale, mentre la richiesta che è stata sostenuta da Confindustria risulta un'operazione sostanzialmente sterile per i soggetti IVA, mentre per i soggetti esenti, come ad esempio le aziende pubbliche della sanità e tutti i cittadini che non possono recuperarla, questa è un'operazione che rimbalza nelle tasche e si concretizza con un prelievo effettivo.
Allo stesso modo non comprendo la mancata estensione della cosiddetta "Robin TAX" alle banche, che sono le uniche aziende che, nonostante la crisi terribile, comunque continuano a distribuire utili ai propri soci e che possono sopportare un prelievo fiscale "una tantum" senza stracciarsi le vesti. Per il momento non toccherei le rendite finanziarie, ma certamente vi è uno squilibrio notevole fra chi vive di questo tipo di attività e quelli che invece vivono e producono reddito sotto forma di economia reale, i quali non hanno peraltro costi di produzione del reddito elevatissimo rispetto a rendite finanziarie stesse. Non condivido i ragionamenti di chi sostiene che questo tipo di attività è altamente rischioso e che pertanto ha " diritto " ad un prelievo inferiore proprio in ragione di questo rischio, perché oggi ogni attività lavorativa, libero professionale, dipendente, da imprese ecc. ha una componente di rischio sicuramente comparabile.
Sul mercato del lavoro chi (sia da una parte che dall'altra) vuole agire sulla flessibilità del rapporto va ad incidere sulla capacità del datore di lavoro di risolvere il contratto, motivando tale risoluzione nel modo più sintetico possibile, altera un delicato equilibrio. Io credo che la flessibilità del rapporto di lavoro, così come inteso tra precariato false partite Iva e collaborazioni coordinate e continuative, sia un gravissimo errore, non solo per la stabilità del rapporto che non consente alle persone in questa situazione di ipotizzare e costruire un futuro (come accedere ad un mutuo per comprare una casa ecc. ecc.) ma perché l'altissima rotazione di questo personale determina dei periodi di formazione in ingresso che non vengono mai ristorati per l'impresa che, per non stabilizzare il dipendente, ruota con l'altissima velocità (3-5 persone per anno) su quella posizione lavorativa, non rientrando mai del periodo di formazione e aggiornamento su quella posizione e dovendo tutte le volte ricominciare daccapo. Questo ricominciare determina una prestazione lavorativa di bassissima qualità, che rispetto al costo unitario della posizione lavorativa a titolo indeterminato, determina un alto costo orario rispetto alla qualità effettiva del lavoro eseguito, impoverendo sostanzialmente tutta la qualità della prestazione erogata dall'impresa. Faccio un esempio terra terra: provate a pensare ad un impiegato in un ufficio commerciale con contratto tre mesi + tre mesi che alla vigilia della seconda scadenza non viene rinnovato; egli ha impiegato poco meno di centottanta giorni per imparare un lavoro che in quell’ impresa non farà più e sarà sostituito da uno che dovrà altrettanto imparare. Nel frattempo per l'imprenditore ogni errore (bolla carico scarico fattura ecc.) va comunque rimediato e sono tempi di lavoro che vengono sottratti ad altre attività, quindi costo burocratico amministrativo che è certamente dilatato nella tempistica a parità di prodotto, con una incapacità dell'imprenditore di assolvere amministrativamente il suo compito e quindi ottenere pagamenti nei tempi che si erano prefissati, con un maggior costo produzione/rendimento... si tratta sostanzialmente di un’azione al ribasso sulle persone, sulla loro dignità e sulla qualità del lavoro dell'impresa... quando invece la qualità, in un momento di crisi profonda, è molto spesso il criterio che fa scegliere un partner rispetto ad un altro..
E' stato detto che la "deregulation" del mercato del lavoro produce ricchezza, crescita del PIL, crescita dell'economia perché la fiducia dell’imprenditore sulla flessibilità delle dimensioni occupazionali della sua azienda, in relazione alle fluttuazioni di commesse, permette di investire quella quota di risparmio occupazionale sulla ricerca e sullo sviluppo dell’azienda stessa. Credetemi: checché ne dicano i finanzieri, nessuna equazione può dimostrare che la destinazione delle risorse eccedenti sottratti all’emolumento del personale sia automaticamente direttamente o indirettamente reinvestita nell’impresa. Funzionano meglio, semmai, le leggi che incoraggiano gli investimenti riducendo la tassazione sulle imprese e colpendo l'eccesso di utili non reinvestiti.
Tuttavia, per un attimo, ipotizziamo che sia vero, e che la deregolamentazione della tutela del posto di lavoro giovi al mercato.
A che serve la crescita del PIL e del mercato degli scambi se di ciò trae vantaggio una ristretta classe d'imprenditori (parlare di imprenditori quando si parla di Marchionne, Marcegaglia, Della Valle, Tronchetti, Moratti, Garrone è dura..)? Parliamo invece di crescita dei consumi fatti senza intaccare i risparmi, che mi sembra la vera ricchezza d'un Paese mercantile e manifatturiero, di un'economia di mercato sana (e l’Italia non è tale per via dell’esistenza di lobby dell’energia, della comunicazione, del gas, ecc…). I consumi crescono se la gente spende e la gente spende se ha soldi dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari e certezze da investire sui progetti futuri. Tant'è vero che la crescita dell'economia americana in tempi di "deregulation" ha portato a una diminuzione dei consumi: il che vuol dire, ed è stato dimostrato da studi internazionali, che i soldi si concentrano nelle tasche di pochi, pochissimi. La teoria economica d'un matematico molto noto, John Nash (al cinema nel film "A Beautiful Mind") e non solo lui, sostiene che l'ideale per una società non è la concentrazione ma l'espansione della ricchezza. In sintesi Nash individua il vizio sostanziale delle economie di mercato che non è la presenza di troppi poveri, ma quello che non ci sono abbastanza quantità di ricchi. E che non serve a nessuno che la ricchezza si concentri nelle mani di pochissimi; è meglio che tutti siano mediamente più ricchi, perché così si spende di più e circolano tanti più soldi, più merci, e la qualità dei servizi e dei prodotti cresce assieme alla competizione. Il presupposto d'una civiltà del benessere vera, non posticcia come quella promessa dal neo-liberismo ante terzo millennio e sfruttatore (qui cambiando il sostantivo la sinistra ci va a nozze..) è la libertà, con le valvole di sfogo dello stato che va a riequilibrare le disuguaglianze…e non a togliere i freni di fondo corsa (modifiche art 18 SdL). Un tentativo goffo, maldestro ed inutile, visto che va concordato a livello aziendale o territoriale con le sigle maggiormente rappresentative (e non con una sigla di appoggio aziendale creata ad hoc..). Qui, potrei dire che l’intelletto di chi ha proposto questa cosa è minore di quello di un gambero. Ha creato tensione inutile, utilità zero ma soprattutto ha diviso i lavoratori (pilone portante del nostro paese) in precari, a tempo determinato, in affitto, intermittenti, ecc contro lavoratori a tempo indeterminato senza tutele dell’art. 18…(ho sentito con queste orecchie…”preferirei essere un lavoratore a tempo indeterminato senza art. 18 che un precario..)…Quando tutti abbiamo peggiorato le nostre condizioni, non vi può essere preferenza…stiamo tutti affondando sulla stessa barca ed io non trovo lecito affogare il tuo vicino per salvarti in questo momento, perché morirai domani…perché a riva qui non ci arriva nessuno…proviamo tutti a buttare fuori l’acqua che imbarchiamo…forse navighiamo fino sottocosta…Ma di patto sociale avrebbe senso parlare se gli interlocutori di una parte o dell’altra non fossero i B., Marcegaglia, Camusso contrapposti al trio delle meraviglie B., Marchionne, Sacconi…B (valori uguali) nelle equazioni si possono elidere…
Tuttavia, per un attimo, ipotizziamo che sia vero, e che la deregolamentazione della tutela del posto di lavoro giovi al mercato.
A che serve la crescita del PIL e del mercato degli scambi se di ciò trae vantaggio una ristretta classe d'imprenditori (parlare di imprenditori quando si parla di Marchionne, Marcegaglia, Della Valle, Tronchetti, Moratti, Garrone è dura..)? Parliamo invece di crescita dei consumi fatti senza intaccare i risparmi, che mi sembra la vera ricchezza d'un Paese mercantile e manifatturiero, di un'economia di mercato sana (e l’Italia non è tale per via dell’esistenza di lobby dell’energia, della comunicazione, del gas, ecc…). I consumi crescono se la gente spende e la gente spende se ha soldi dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari e certezze da investire sui progetti futuri. Tant'è vero che la crescita dell'economia americana in tempi di "deregulation" ha portato a una diminuzione dei consumi: il che vuol dire, ed è stato dimostrato da studi internazionali, che i soldi si concentrano nelle tasche di pochi, pochissimi. La teoria economica d'un matematico molto noto, John Nash (al cinema nel film "A Beautiful Mind") e non solo lui, sostiene che l'ideale per una società non è la concentrazione ma l'espansione della ricchezza. In sintesi Nash individua il vizio sostanziale delle economie di mercato che non è la presenza di troppi poveri, ma quello che non ci sono abbastanza quantità di ricchi. E che non serve a nessuno che la ricchezza si concentri nelle mani di pochissimi; è meglio che tutti siano mediamente più ricchi, perché così si spende di più e circolano tanti più soldi, più merci, e la qualità dei servizi e dei prodotti cresce assieme alla competizione. Il presupposto d'una civiltà del benessere vera, non posticcia come quella promessa dal neo-liberismo ante terzo millennio e sfruttatore (qui cambiando il sostantivo la sinistra ci va a nozze..) è la libertà, con le valvole di sfogo dello stato che va a riequilibrare le disuguaglianze…e non a togliere i freni di fondo corsa (modifiche art 18 SdL). Un tentativo goffo, maldestro ed inutile, visto che va concordato a livello aziendale o territoriale con le sigle maggiormente rappresentative (e non con una sigla di appoggio aziendale creata ad hoc..). Qui, potrei dire che l’intelletto di chi ha proposto questa cosa è minore di quello di un gambero. Ha creato tensione inutile, utilità zero ma soprattutto ha diviso i lavoratori (pilone portante del nostro paese) in precari, a tempo determinato, in affitto, intermittenti, ecc contro lavoratori a tempo indeterminato senza tutele dell’art. 18…(ho sentito con queste orecchie…”preferirei essere un lavoratore a tempo indeterminato senza art. 18 che un precario..)…Quando tutti abbiamo peggiorato le nostre condizioni, non vi può essere preferenza…stiamo tutti affondando sulla stessa barca ed io non trovo lecito affogare il tuo vicino per salvarti in questo momento, perché morirai domani…perché a riva qui non ci arriva nessuno…proviamo tutti a buttare fuori l’acqua che imbarchiamo…forse navighiamo fino sottocosta…Ma di patto sociale avrebbe senso parlare se gli interlocutori di una parte o dell’altra non fossero i B., Marcegaglia, Camusso contrapposti al trio delle meraviglie B., Marchionne, Sacconi…B (valori uguali) nelle equazioni si possono elidere…
Ma sul mercato del lavoro ritengo sia inutile operare nella fase finale, quello che era totalmente rivisto è il meccanismo della formazione scolastica, pratica (on stage oggi va di moda..) in ingresso nel mondo del lavoro. Oggi nella nostra regione l'alveo formativo più gettonato è quello dei licei, che non avendo una specializzazione spendibile immediatamente sul mercato del lavoro non sono altro che enormi aree di parcheggio, in attesa dell'ingresso all’ Università, luogo di ulteriore parcheggio per 4-5-6 anni.. Le scuole di meccanica, di elettronica e di elettrotecnica nella nostra regione sono in via di estinzione e ancora non sono riuscito a capire se l'Emilia Romagna è ancora una regione dall'alta specializzazione meccanica (ora totalmente elettronica) in prospettiva o una regione che sta uscendo, attraverso la delocalizzazione, da questo filone, ma non sono nemmeno riuscito ad individuare che cosa proporremo da qui in riconversione dalla meccanica... penso che finirà come per ceramica e per gli allevamenti di suini, così come parallelamente per i bovini da latte... pochi produttori, bassa tecnologia (perché non si investe più per mancanza di redditività...) manodopera totalmente straniera per cercare di contenere i costi, distanza dell'industria dai distributori...
Quello che manca è un progetto regionale di marketing, marketing che deve utilizzare risorse, manodopera, intelletto di questa regione. Credo si guardi molto al mercato globale ed all'internalizzazione (cosa peraltro sacrosanta..) trascurando però in questo caso il mercato interno...sul turismo ad esempio credo si possa fare tantissimo, perché l'Emilia Romagna non è solo riviera... anzi credo che uno dei punti su cui la classe politica di questa regione ha fallito è stata la trascuratezza della montagna (non si è stati capaci in cinquant'anni di costruire una via d'accesso a Porretta Terme e al pistoiese che sia decente, anzi si è affondata la linea ferroviaria..) così come nel comprensorio del Cimone e Abetone non si è fatta una strada decente per consentire a queste località sciistiche di dare il valore che effettivamente meritano...
e ci siamo persino presi il lusso di mettere la parola fine al marchio Malaguti...che dire...
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